SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE [A monster Calls, 2016]: Un film per guarire la ferita della separazione.

PIANGERE LACRIME…NON DI TRISTEZZA, MA DI GIOIA…SAPENDO CHE I TRAUMI SI POSSONO RISOLVERE

La guarigione è come un orribile mostro… viene a farci visita per spingerci verso la scoperta della verità nascosta dietro a tante menzogne.

In cinque giorni sono andato a vedere questo film ben due volte, cosa che non avevo mai fatto in vita mia. La prima volta con la mia compagna Paula, mia figlia Amelys di 8 anni e mio figlio Elián di 30. Abbiamo pianto tutti pianto amaramente, commossi da un magnifico impiego di risorse a cura del regista spagnolo Juan Antonio Bayona.

La seconda volta l’ho visto a Marbella, con Laura e Bruno, una coppia di amici, mia figlia Ailèn, con marito e figlia, e Maria José, una donna di oltre 60 anni, la quale mi ha detto: “È da quando è morto mio marito, quasi un anno fa, che non vado al cinema”. L’ho vista ferita da questa separazione inattesa per cui ho deciso di invitarla al cinema, cosciente del fatto che la stavo portando ad una sessione di psicoterapia della separazione, senza che lo sapesse. Anche in questa occasione è successo ciò che è successo nella prima: tutti abbiamo pianto. Uscendo dal cinema, ho visto che Maria era costernata, mi ha guardato e mi ha detto: “Accidenti se è un film duro”, la sua faccia rifletteva il molto dolore, a fior di pelle, che il film porta a galla.

Non si tratta di una sessione di tortura, ma di grande liberazione emozionale, poiché mostra come la sincerità, la verità e l’autenticità di fronte al dolore ci permetta di sovrastarlo in maniera naturale. Non c’è nulla di più malsano che la falsità e l’autoinganno, quando si tratta di superare le ferite; niente di più dannoso per se stessi che nascondere le emozioni o i sentimenti.


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È la storia di un bambino, ferito da qualcosa che potrebbe capitare nella sua vita e che non desidera affatto, ferito profondamente dalla sua stessa capacità di premonizione, che gli fa vedere in un prossimo futuro un evento tragico che non accetta: la possibile morte di sua madre, una situazione che non può cambiare in nessun modo, sebbene vi provi in sogno una volta dopo l’altra, e un esito che rompe il suo cuore in mille pezzi. Tutto ciò lo sperimenta nel sogno, ma il bambino porta questa realtà onirica futura nella vita di tutti i giorni, creando situazioni delicate e dannose per se stesso e il suo ambiente quotidiano. Egli fa quel che può, ma l’impotenza, l’indignazione e l’ira si impossessano di lui. In quei momenti di depurazione notturna, quando i sogni ripuliscono l’inconscio dalle scorie delle emozioni represse, appare questo mostro guaritore che gli racconta delle storie che sembrano non avere nulla a che vedere con la sua realtà, ma che in fondo gli mostrano con implacabile saggezza e pazienza ciò che il bambino nasconde, e che contiene il segreto della soluzione. Le tre storie hanno un contenuto profondo e riflessivo, il mostro le racconta con una voce imponente, la voce della verità, usando parole sia dure che benevoli, poiché sono destinate a preparare il terreno alla quarta e dolorosa storia, che il bambino stesso dovrà raccontare al mostro. È la storia di ciò che sente.

Il bambino si chiama Connor, e rappresenta il bambino interiore di tutto il genere umano, che si trova ad affrontare il trauma della perdita. Ogni bambino affronta molti tipi di trauma che non può integrare, all’insegna della purezza e dell’innocenza che caratterizzano il suo cuore. In generale, quando un bambino non comprende un fatto doloroso, tende a farsene una colpa, in questo modo configura un sistema di auto-castigo che può portarlo al limite, perfino a voler morire o suicidarsi. Ma come tutti i bambini, che hanno un angelo custode dentro se stessi – e grazie a una madre che gli aveva sempre raccontato storie a fondo filosofico e riflessivo – riesce a connettersi in sogno sia con l’anima di sua madre, la quale desidera la sua guarigione dal dolore che sente, sia con la parte di se stesso che vuole comprendere a tutti i costi, per poter continuare la propria vita in modo naturale.

Ira, impotenza, tristezza, disperazione, paura, indignazione e colpa sono i condizionamenti caratteristici della sofferenza umana, di fronte a ciò che non accettiamo, e rifiutandoli ci condizionano a soffrire per sempre.

Questo film è di fatto un processo psicoterapeutico a sé stante, un poco alla volta ci fa entrare in tema e ci prepara al momento della gran chirurgia, l’estirpazione della falsità e la comparsa della pungente verità. Quanto dolore si sente, quando ci rendiamo conto che ciò che credevamo non è verità. Per questo il mostro lo guarda con amore e comprensione, e lo incoraggia a disfarsi di ciò che si porta dentro. Erano idee basate sulla percezione errata. La verità è che niente e nessuno si era sbagliato e che tutto quanto successo faceva parte della vita, la quale ha una strana maniera di dimostrarci quanto sia perfetta.

Ogni notte, ad una determinata ora, appare il mostro in sogno, la stessa ora nella quale accadrà la tragedia, e rappresenta in qualche maniera il fatto che per tutti giunge l’ora di vedere, di affrontare il mostro della verità. È forte, la verità, non può essere posposta dall’anima di chi vuole guarire le proprie ferite. La verità è tanto dura quanto liberatrice, ma la menzogna che la protegge o nasconde deve essere messa da parte, quando siamo pronti per vedere.

La verità era tremenda, Connor non poteva salvare sua madre, il suo cuore gridava “Per favore, non te ne andare, voglio che resti con me”, ma il non poterla salvare non supponeva che egli fosse colpevole, resosi conto della propria innocenza, la accetta e capisce che questo è il corso della vita che gli era toccata, doveva solo accettarla, ascoltarla, sentirla…e lasciarla proseguire. Questo è dissolvere il trauma.

Per questo bambino, la grande malattia che affligge sua madre è la scenografia perfetta per cominciare a diventare un uomo che decide di vedere e sentire, e che in questa maniera comincia a comprendere la vita; è qualcosa che capita a quasi tutti, però non tutti abbiamo la fortuna di attraversare i momenti duri a cuore aperto. I traumi sono esperti nel chiudere i cuori, e il bambino naviga tra le due possibilità, accettare o rifiutare, lasciare proseguire la madre in pace o rimanere intrappolato nell’attaccamento generato dal rifiuto della perdita.

Ogni persona di questa umanità cela un bambino profondamente ferito, e la maggior parte di essi soffrono o sono intrappolati tremendamente in qualche momento della loro vita, quello in cui non hanno saputo risolvere il trauma.


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Perciò, questo film mi sembra stupendo per comprendere qualcosa di così semplice e allo stesso tempo così profondo, e cioè che è necessario andare fino in fondo per approcciare lo stato interiore del bambino che abbiamo dentro. Il trauma è già successo e non si può cambiare, ma il dolore persiste perché, anche se trattiamo il trauma in mille modi, questo non si può cancellare, rimane installato in un qualche luogo occulto; soltanto aprendo la ferita nel cuore del bambino si potrà accedere al centro del dolore. Lì, in quel momento, è quando si dissolve la sofferenza e si trasforma in amore.

Aprire la ferita equivale ad aprire il cuore.

Connor lo fa con ammirabile coraggio, e dimostra che per quanto possiamo essere bambini, e per quanto ferito possa essere i bambino interiore, c’è sempre un substrato di coraggio pronto ad uscire e agire a favore della guarigione.

Dedico questo post ai miei figli Ailèn, Elián e Aneley.

 

Alberto José Varela

nosoy@albertojosevarela.com

 

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